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Jorginho si racconta: “Quando sono arrivato in Italia vivevo con 20€ a settimana, ho pensato di smettere di giocare”

Jorginho
Il centrocampista italo-brasiliano, Jorginho Frello si è raccontano in un intervista a 360 gradi riguardo il suo passato.

JORGINHO CHELSEA INTERVISTA –  Il centrocampista italo-brasiliano, Jorginho Frello, giocatore attuale del Chelsea fc ed ex Napoli e Verona, si è raccontano in un intervista a 360 gradi riguardo il suo passato e i sacrifici che ha dovuto compiere per arrivare dov’è adesso. Vi proponiamo un breve estratto.

Jorginho a 360 gradi

“Ho iniziato a giocare a calcio a cinque anni nella scuola di calcio locale dove vivevo. Sono andato in una squadra di calcetto quando avevo quattro anni e si giocava 6 contro 6 e l’allenatore mi disse “no no, dobbiamo essere massimo in sei, non puoi giocare”. Mio padre ha detto all’allenatore che si sarebbe messo nei guai se non mi avesse lasciato giocare. Quindi l’allenatore mi diede il via libera per fare una partita. Quando finimmo stavo per tornare a casa ma l’allenatore mi fermò e mi disse “no non puoi andare via tu devi giocare ogni settimana. Giocavo un torneo in Brasile e un agente mi ha notato. Mi ha portato alla sua scuola, a 200 km da dove vivevo. Ci sono stato per due anni, l’idea era che quando pensava che qualche ragazzo fosse abbastanza bravo lo mandava in Italia. Con me è successo a 15 anni, mi ha organizzato un provino al Verona e mi hanno preso.

“Il trasferimento in Italia è stato molto duro”

“Inizialmente quando mi sono trasferito in Italia è stato davvero molto difficile. Stavo vivendo il mio sogno è vero, ero felicissimo, tutto era nuovo di zecca. Poi ho cominciato a entrare nella routine: formazione, scuola, casa, casa, casa, scuola, formazione. Questo è tutto quello che ho fatto per 18 mesi. Avevo 20 euro per vivere una settimana e non potevo fare altro, perché tu non puoi permetterti di fare altro con quella somma di denaro. Non potevo nemmeno giocare per il primo anno perché la mia licenza non era arrivata dal Brasile. Tutto quello che ho fatto è stato letteralmente allenarmi e andare a scuola. È stata davvero una dura. Poi mio padre fece alcune domande in giro è si scoprì che il mio agente prendeva i soldi e non ne sapevo nulla. A quel punto volevo arrendermi. Ho detto a mia madre che non volevo giocare più a calcio. Mi ha detto, non pensarci nemmeno! Così sono rimasto, ho continuato ad allenarmi con la prima squadra. Potevo rimanere nella Berretti, ma a quel punto sono voluto andare in prestito, in C2, alla Sambonifacese.

Quando l’anno dopo sono tornato al Verona, nel frattempo promosso in Serie B, il tecnico Mandorlini mi ha detto che non avevano bisogno di me, che avevo giocato soltanto in C2. Uno dei dirigenti che conoscevo si è impuntato per me, ha discusso col tecnico. A ottobre non avevo ancora mai giocato e pensavo di andarmene a gennaio, poi il titolare nel mio ruolo si è infortunato e anche la sua riserva naturale era out. Il tecnico non sapeva se improvvisare o scegliere me. Ho giocato io e ho fatto bene, sono rimasto e da allora lui mi ha aiutato molto e ha fatto tanto per me”.