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Di Marzio: “Maradona era fragile e generoso, dubito che si sia lasciato andare. Sul modulo del Napoli…”

Maradona
A Radio Marte nel corso della trasmissione "Marte Sport Live" è intervenuto Gianni Di Marzio, ex allenatore

A Radio Marte nel corso della trasmissione “Marte Sport Live” è intervenuto Gianni Di Marzio, ex allenatore.

Di Marzio: “Maradona era fragile e generoso, dubito che si sia lasciato andare. Sul modulo del Napoli…”

“Europa League? A volte andare troppo dietro al business fa perdere l’amore per il calcio. In tante cose si è esagerato, bisogna tornare all’amore per le nostre famiglie e l’amore per il calcio, che è una questione di gloria, onore e prestigio, anche a livello internazionale. Il Napoli lo deve mantenere a prescindere, bisogna andare a giocare alla grande, specie dopo la partita snobbata all’andata. Ci fu poca concentrazione.

Modulo? A prescindere dalle regole tecnico-tattiche del nostro calcio, ci vuole un ordine nel fare le cose. Nel 4-2-3-1 serve avere un trequartista che il Napoli non ha, Mertens è adattato per far giocare Osimhen punta e per non finire in panchina. Il Napoli è molto offensivo, a destra per esempio non si fanno le due fasi. Anche il 4-3-3 è un modulo adatto, però bisogna tenere fuori uno tra Mertens e Osimhen.

Maradona era tutt’altro di quello che poteva apparire in giro. Andava aiutato durante il primo anno, poi era volato già via. Chi ne parla male adesso è gentaglia, è stato trascinato e lui era fragile e generoso. Doveva essere protetto invece sono scappati tutti. Si è lasciato andare? Ho i miei dubbi, aveva troppa personalità e carisma oltre che forza d’animo per fare una cosa del genere. Anche fosse andato in depressione, la cosa grave è stata lasciarlo solo. La colpa è mia che gli ho messo in testa Napoli, facendogli il lavaggio del cervello. Era la sua città, non Torino. Anche fosse andato alla Juventus avrebbe avuto comunque bisogno di Napoli.

Maradona allenatore? Non ha fatto male ma lui non è mai stato bene, i giocatori giocavano per la sua presenza. Per diventare un grande allenatore doveva circondarsi di uno staff che non lo fregava, come invece è successo”.

Claudio Agave

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