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Igor Protti: “La malattia è un avversario sleale. Non mi aspettavo tanta solidarietà”

L’ex bomber azzurro racconta la sua battaglia contro il tumore, l’ondata di affetto ricevuta e i ricordi di una carriera vissuta senza rimpianti.

Igor Protti: “La malattia è un avversario sleale. Non mi aspettavo tanta solidarietà”

Igor Protti, icona del calcio italiano anni ’90 e 2000, sta affrontando la sfida più dura della sua vita: la lotta contro il tumore. In una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, l’ex attaccante ha condiviso emozioni, ricordi e riflessioni profonde, mostrando la stessa determinazione che lo ha contraddistinto in campo.

“Volevo esserci per i tifosi, nonostante la chemio”

Una settimana fa, Protti è stato accolto da un abbraccio commosso allo stadio Armando Picchi di Livorno, in occasione della sfida contro la Ternana:

“Le emozioni sono difficili da spiegare, vanno vissute. Ci tenevo a essere presente nonostante la chemioterapia, che mi provoca tanta stanchezza. Ma sentivo il bisogno di ringraziare tutti per l’ondata di affetto ricevuta. Quando ho annunciato la mia malattia, non mi aspettavo una solidarietà simile. Ho pensato: ‘Igor, vai. Questa è un’occasione e non sai se ce ne saranno altre’.”

L’affetto che va oltre le rivalità calcistiche

Il sostegno è arrivato da ogni parte d’Italia:

“Ho ricevuto messaggi da tifosi di Pisa, Spezia, Lecce, Roma… Questo mi ha confermato che il calcio è una grande comunità: la domenica si tifa ognuno per la propria squadra, ma nei momenti di difficoltà emerge qualcosa di più grande che unisce tutti”.

Ricordi e insegnamenti: dai gol in Serie A alla lezione di un padre muratore

Protti ha ripercorso anche alcuni momenti salienti della sua carriera: il titolo di capocannoniere in Serie A con il Bari nel 1996, l’ultima rete di un numero 10 con la maglia del Napoli e i tanti anni spesi a Livorno. Nonostante qualche treno mancato, non ha rimpianti:

“Sarei irriconoscente a dire il contrario: ho avuto la fortuna di giocare 21 anni. Se tornassi indietro, rifarei le stesse scelte”.

L’ex bomber ha ricordato l’educazione ricevuta:

“A 11 anni volevo il pallone di Argentina ’78. Mio padre, muratore, mi portò in cantiere a lavorare una settimana per farmi capire il valore di quel desiderio. Alla fine gli dissi che non lo volevo più. Ho imparato cosa significa fatica”.

La partita più dura

“Questa è una partita diversa: in campo si partiva 0-0, qui no. Il mio avversario si è nascosto a lungo e la sfida inizia almeno 3-0 per lui. Ma io ce la metterò tutta, e lo stesso faranno i medici del Santa Chiara di Cisanello. Poi c’è il cielo che decide. Ho una famiglia meravigliosa e tantissimi affetti vicino a me. La cosa che mi pesa di più è vederli soffrire”.