Non è mai solo una questione di logistica. Quando Luciano Spalletti decide di tracciare un parallelo tra le attrezzature della Continassa e quelle di Castel Volturno, non sta offrendo una mera recensione tecnica. Sta delineando, con la consueta ironia toscana, il confine tra due modi opposti di intendere l’azienda calcio. La frase pronunciata in conferenza stampa è netta: “Quando sono venuto alla Juventus ho trovato le barriere mobili per battere i calci di punizione, al Napoli ci sono ancora quelle rigide. Da un punto di vista tecnico non ho niente da invidiare alla sua squadra”. Queste parole arrivano formalmente in risposta alle dichiarazioni di Antonio Conte, attuale tecnico azzurro, ma il destinatario reale della missiva viaggia su frequenze diverse. Il bersaglio, neanche troppo velato, è Aurelio De Laurentiis.
“Qui sono mobili, a Napoli rigide”: l’accusa di Spalletti e quei conti mai chiusi con ADL
L’uscita dell’allenatore di Certaldo va letta in filigrana. Le “barriere mobili” della Juventus rappresentano, nella narrazione spallettiana, l’efficienza, l’organizzazione strutturata, la capacità di una società di mettersi al servizio dello staff tecnico anticipandone i bisogni. Di contro, le “barriere rigide” lasciate a Napoli diventano l’emblema di una gestione percepita come statica, padronale, dove l’ammodernamento – sia esso tecnico o contrattuale – arriva spesso con colpevole ritardo o solo dopo estenuanti trattative. Spalletti, nel citare un dettaglio apparentemente marginale dell’allenamento quotidiano, riapre la ferita mai rimarginata dell’addio post-Scudetto. È la rivendicazione di un professionista che, pur avendo scritto la storia alle pendici del Vesuvio, ha sempre lamentato la mancanza di quel supporto strutturale che ora ostenta di aver trovato a Torino.
Se si potesse sfogliare l’ormai celebre agenda 2023 di Luciano Spalletti, quella che custodiva i segreti della cavalcata tricolore, probabilmente si troverebbe la genesi di questa acredine. Le pagine di quella primavera non raccontano solo di tattiche e di Osimhen, ma registrano i silenzi e le comunicazioni formali gelide che hanno portato alla rottura. La frecciata odierna è la diretta conseguenza di quel rapporto interrotto bruscamente. Spalletti sembra voler ribadire che, se il Napoli ha vinto, lo ha fatto nonostante le “barriere rigide”, grazie al lavoro di campo che ha sopperito alle mancanze societarie. In questo scenario, Antonio Conte finisce per essere il termine di paragone necessario. Conte, manager esigente per antonomasia, si trova ora a gestire quella stessa “rigidità” che Spalletti ha abbandonato. La frase del tecnico bianconero suona come un avvertimento al collega-rivale, ma anche come una giustificazione della propria scelta professionale: il passaggio alla Juventus non come tradimento sentimentale, ma come evoluzione necessaria verso un contesto lavorativo ritenuto più idoneo.
A distanza di tempo, il cordone ombelicale tra Spalletti e il mondo Napoli non è stato reciso, ma si è trasformato in una tensione elettrica costante. Aurelio De Laurentiis, dal canto suo, osserva. La sfida tra Napoli e Juventus si gioca ormai su due tavoli: quello del campo, dove le squadre si equivalgono, e quello dialettico, dove un pezzo di plastica rigida diventa l’arma contundente per regolare vecchi conti in sospeso.
Andrea Alati



