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Tudor-Spalletti, l’aritmetica della rinascita: così la Juventus ha cambiato pelle

FLORENCE, ITALY - NOVEMBER 22: Head coach Luciano Spalletti manager of Juventus FC looks on during the Serie A match between ACF Fiorentina and Juventus FC at Artemio Franchi on November 22, 2025 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Nel mondo del calcio, spesso dominato da opinioni volatili e umori passeggeri, esiste un unico giudice imparziale e inappellabile: il numero. Ed è proprio tempo di bilanci in casa Juventus, bilanci necessari per comprendere la portata della rivoluzione tecnica e mentale attuata in pochissimo tempo. Mettendo a confronto i due tronconi di questa stagione – le prime undici gare sotto la gestione di Igor Tudor e le successive quindici guidate da Luciano Spalletti – emerge una verità incontrovertibile: la differenza tra un buon allenatore e un fuoriclasse della panchina è abissale e si misura in punti, gol e valorizzazione del patrimonio umano.

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L’eredità lasciata dalla gestione Tudor, analizzata a freddo, assume i contorni di un disastro tecnico. I numeri delle prime undici uscite stagionali dipingevano una squadra smarrita, priva di identità e mordente: appena 3 vittorie, a fronte di 5 pareggi e ben 3 sconfitte. La percentuale di successi, ferma a un misero 27,27%, e una media punti da retroguardia (1,27 a partita) avevano fatto scivolare i bianconeri in un anonimo nono posto in classifica con soli 12 punti, e addirittura al 25esimo posto nel girone unico di Champions League. Una squadra sterile (15 gol fatti) e fragile (15 subiti), incapace di imporre il proprio gioco.

L’arrivo di Luciano Spalletti non è stato un semplice cambio di guida tecnica, ma uno shock elettrico che ha rianimato un corpo clinico. I dati delle successive sedici partite raccontano un altro sport: 11 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta. La percentuale di vittorie è più che triplicata, schizzando al 66,67%, mentre la media punti è salita a ritmi da scudetto (2,31). La Juventus ha raddoppiato la produzione offensiva (31 gol fatti) e blindato la porta (solo 11 reti subite e ben 7 clean sheet), risalendo fino al terzo posto in Serie A e raddrizzando la barca in Europa.

Ma il capolavoro del tecnico di Certaldo va oltre l’aritmetica di squadra e tocca le corde dei singoli. Spalletti ha confermato che nel calcio “le categorie esistono”, lavorando sulla testa e sulle gambe dei giocatori. Ha preso Pierre Kalulu e Kelly, trasformandoli da incognite a certezze difensive; ha rispolverato un Manuel Locatelli che sembrava aver smarrito la bussola, ridandogli le chiavi del centrocampo; ha reso Weston McKennie un incursore indispensabile e tatticamente intelligente. La “cura Luciano” ha rigenerato anche l’attacco: Kenan Yildiz è stato definitivamente responsabilizzato, diventando leader tecnico, mentre Jonathan David ha ritrovato il fiuto del gol che sembrava perduto. Persino Fabio Miretti ha cambiato status, passando da giovane promessa a realtà consolidata. Luciano Spalletti ha ridato un gioco, un’anima e una dignità a una squadra che sembrava alla deriva, dimostrando ancora una volta di essere, semplicemente, un allenatore di livello superiore.

Andrea Alati