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Brahim Diaz, l’errore che vale una Coppa: il Senegal ringrazia e colpisce al cuore

Polonia-Senegal

Se c’era un modo per scrivere la storia, il Senegal ha scelto quello più epico, crudele e indimenticabile. Nel cuore del Marocco, dentro la bolgia incandescente dello Stade Prince Moulay Abdallah, i Leoni della Teranga hanno compiuto l’impresa perfetta: violare la tana dell’avversario, sopravvivere a un’atmosfera da guerriglia psicologica e trasformare una notte da incubo in leggenda. È il trionfo della resilienza di Sadio Mané e della lucidità glaciale di Aliou Cissé. È, specularmente, la tragedia sportiva di Brahim Diaz: il talento del Real Madrid, che aveva sul piede il pallone della gloria, ha firmato la condanna della sua nazionale con un atto di presunzione fatale.

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Per comprendere la portata di questa vittoria, bisogna riavvolgere il nastro di 24 ore. La vigilia è sembrata un thriller di spionaggio. La Federazione Senegalese aveva accusato la CAF di “gioco scorretto”, rifiutando di allenarsi al complesso Mohammed VI per timore di droni e spie. “La nostra sicurezza è compromessa, siamo soli contro tutti”, tuonavano i dirigenti, furiosi per i soli 2.850 biglietti concessi ai tifosi ospiti. Il Senegal si sentiva accerchiato e ha deciso di trasformare quella rabbia in benzina.

La partita è stata una guerra di trincea. Il Marocco di Regragui, spinto dall’inerzia di un torneo dominato, ha sbattuto contro il muro eretto da Edouard Mendy. Si è giocato nel sangue e nella polvere, con il centrocampista della Roma, El Aynaoui, costretto a restare in campo bendato dopo uno scontro terribile. Ma il vero psicodramma è esploso ben oltre il novantesimo. Al minuto 98, l’arbitro ha fischiato un rigore per il Marocco (fallo di Diouf su Diaz) e scatenato l’impensabile. Il Senegal ha minacciato il ritiro. Cissé e i dirigenti sono entrati in campo, richiamando la squadra verso il tunnel: la finale rischiava di finire in farsa. È servito l’intervento di Sadio Mané per evitare l’abbandono e riportare i compagni in campo dopo minuti di caos totale. Si era ormai oltre il 110′ minuto effettivo quando Brahim Diaz si è presentato sul dischetto. Aveva il peso di una nazione sulle spalle, ma ha scelto la leggerezza imperdonabile: un “cucchiaio”. Mendy non ha abboccato, è rimasto immobile e ha bloccato la sfera con una facilità disarmante. L’arroganza tecnica ha graziato il Senegal e distrutto psicologicamente il Marocco.

Il calcio, però, punisce chi spreca e premia chi ha cuore. Scampato il pericolo, il Senegal ha azzannato la partita nel primo tempo supplementare. Al minuto 94, Mané, instancabile, ha recuperato palla e servito Pape Gueye. Il centrocampista è partito da metà campo, ha resistito alla carica di due avversari con uno strapotere fisico imbarazzante e ha lasciato partire un sinistro che ha tolto le ragnatele dall’incrocio. Il resto è stata resistenza pura. Il Marocco ha colpito una traversa con Aguerd, ma il destino aveva già scelto. Assordante il silenzio di Rabat dopo il fischio finale, rotto solo dalla festa senegalese. Avevano contro lo stadio, la logistica e un rigore all’ultimo secondo. Hanno vinto loro. La Coppa d’Africa è ora pronta a tornare a Dakar, e non aveva mai avuto un sapore così dolce.

Andrea Alati