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Antonio Conte e l’arte dello scontro: quando criticare il club diventa un marchio di successo

Nel calcio contemporaneo la neutralità è diventata una merce rara. Gli allenatori “diplomatici”, quelli capaci di mediare costantemente tra società, spogliatoio e opinione pubblica, sono una specie in via di estinzione.

Antonio Conte e l’arte dello scontro: quando criticare il club diventa un marchio di successo

Al loro posto si stanno affermando figure fortemente identitarie, spesso divisive, che costruiscono la propria autorevolezza anche attraverso il conflitto. Tra queste, Antonio Conte rappresenta uno dei casi più emblematici.

Secondo un’analisi del The Times, oggi gli allenatori si collocano quasi esclusivamente agli estremi di uno spettro sempre più polarizzato: da una parte gli “aziendalisti”, totalmente allineati alla dirigenza; dall’altra i “picconatori”, pronti a criticare pubblicamente il club pur di difendere la propria autonomia. “Due estremi: allineamento totale e disaccordo totale”. Le vie di mezzo, semplicemente, non fanno più notizia.

La fine del manager tradizionale e il nuovo ruolo dell’allenatore

Questa tendenza è particolarmente evidente in Premier League, dove la figura classica del manager, onnipotente e centrale in ogni decisione, è ormai in declino. In Inghilterra l’allenatore è sempre più un esecutore, mentre in Italia siamo storicamente abituati a tecnici che rispondono quasi esclusivamente dei risultati sul campo.

Eppure anche oltremanica qualcosa sta cambiando. “Mentre allenatori come Thomas Frank, Arne Slot e Andoni Iraola continuano a cantare fedelmente l’inno del club”, scrive il Times, “altri hanno deciso che questo patto non conviene più”. I casi di Glasner, Maresca, Amorim e De Zerbi raccontano di professionisti che preferiscono esporsi, anche a costo di creare fratture con la società.

Criticare per esistere: il valore della reputazione

Nel calcio moderno popolarità e reputazione sono asset strategici, soprattutto per gli allenatori. Prendere le distanze dalla dirigenza, criticare apertamente le scelte del club, è certamente un rischio. Ma è anche un messaggio potente: “sono indipendente, padrone delle mie idee, non un semplice ingranaggio di un sistema”.

È in questa logica che il Times inserisce Thomas Tuchel e Antonio Conte nella stessa categoria. “Due allenatori che sembrano aver passato gran parte della carriera a scontrarsi con le gerarchie dei club, ma di cui tutti conoscono perfettamente i valori”. Nonostante una fama da personaggi esplosivi e imprevedibili, entrambi restano, a cinquant’anni, tra i tecnici più richiesti e rispettati del panorama internazionale.

Il consenso conta, anche se non si vota

“Gli allenatori non hanno indici di gradimento come i politici, ma questo non significa che il concetto non esista”, osserva ancora il quotidiano inglese. Club e federazioni ne sono pienamente consapevoli. La reputazione di Tuchel, ad esempio, è stata uno dei fattori che lo hanno reso un profilo appetibile per la federazione inglese: stimato dai tifosi, rispettato per i successi, ma soprattutto percepito come un uomo che “non scende a compromessi e non tollera imposizioni”.

Conte incarna lo stesso modello. Le sue critiche non sono semplici sfoghi, ma parte integrante di una narrazione coerente: quella di un allenatore che difende il proprio spazio decisionale anche attraverso la durezza dei toni.