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Urlava contro il Palazzo, poi ci è entrato dal portone principale: domani Sarri ritrova il popolo che ha illuso

ROME, ITALY - NOVEMBER 03: SS Lazio head coach Maurizio Sarri during the Serie A match between SS Lazio and Cagliari Calcio at Stadio Olimpico on November 03, 2025 in Rome, Italy. (Photo by Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images)

Domani alle 12:30, sul prato dell’Olimpico, non andrà in scena soltanto Lazio-Napoli. Si consumerà il definitivo scontro tra due epoche, tra l’illusione estetica e la brutale onestà del risultato. E mai come in questa vigilia, le maschere sono destinate a cadere. Per anni, una parte della tifoseria è rimasta ostaggio di una narrazione affascinante ma tossica: l’idea che il “bel gioco” fosse l’unico dio da pregare. Perché, nella testa dei puristi, il gol vale davvero solo se la palla è stata toccata 45 volte. Altrimenti è un gol “sporco”, un gol che non diverte.

L’onestà di Conte contro la retorica di Sarri: meglio un “nemico” che ti fa vincere di un “eroe” che va alla Juve

Ma il vero nodo, quello che rende la sfida di domani così elettrica, è la coerenza. Maurizio Sarri, l’uomo che siede sulla panchina avversaria, a Napoli si era eretto a capopopolo. Aveva costruito la sua epica sulla “lotta al Palazzo”, dipingendo la Juventus come il potere oscuro da abbattere, lamentando orari scomodi e maglie a righe che condizionavano i campionati. Poi, però, la storia ha presentato il conto. E la “lotta al Palazzo” è durata il tempo di un breve scalo a Londra. Giusto una stagione al Chelsea, il tempo di rifarsi il guardaroba, per poi accettare proprio la corte di quel Potere che aveva giurato di combattere. Dopo sole due stagioni, il Comandante della rivoluzione si è accomodato sulla poltrona più comoda di Torino. Una mossa legittima per un professionista, certo, ma letale per la credibilità del personaggio. La retorica si è sciolta come neve al sole, lasciando la sensazione che quelle parole di fuoco fossero solo marketing emozionale.

Dall’altra parte della barricata, oggi, c’è Antonio Conte. Un uomo che la Juventus l’ha avuta nel sangue, che ha vinto tutto lì dove Sarri diceva di vedere il male. Eppure, paradossalmente, è proprio lui a incarnare la trasparenza che mancava. Conte non ha bisogno di inventarsi nemici immaginari o dediche strappalacrime. Ha avuto il coraggio di dire in faccia ai tifosi napoletani, durante il ritiro di Dimaro: “Non partecipo al coro ‘chi non salta è juventino’, ma darò tutto per voi”. Nessuna finzione, nessuna promessa da marinaio, solo la cultura del lavoro. E mentre i nostalgici ricordano i passaggi di prima e lo “spettacolo”, i realisti guardano l’albo d’oro. Il Napoli del “vorrei ma non posso”, quello dei record di punti senza trofei, è un ricordo dolceamaro. Il calcio, alla fine, è una materia semplice: si diverte chi vince.

Andrea Alati