Per comprendere la reale essenza di Inter-Napoli, e per decifrare il codice genetico di una squadra che si rifiuta ostinatamente di abdicare, bisogna riavvolgere il nastro fino al minuto 86. Bisogna isolare un frame che sfugge alla freddezza delle statistiche ma che definisce le ere calcistiche. La palla del 2-2 ha appena gonfiato la rete, scagliata con rabbia alle spalle di Sommer. San Siro è ammutolito, lo spettro del -7 in classifica — che avrebbe virtualmente chiuso i giochi — è svanito nel nulla. In quel preciso istante, una squadra “normale” si lascerebbe andare all’esultanza liberatoria per il pericolo scampato, tirando un sospiro di sollievo. Il Napoli no. Elmas e Capitan Di Lorenzo si tuffano nella porta nerazzurra, strappano il pallone dalla rete e scattano verso il centrocampo. Non c’è sollievo nei loro occhi, c’è urgenza. L’urgenza feroce di chi, con lo Scudetto cucito sul petto, non è salito a Milano per sopravvivere, ma per comandare.
Questa immagine smonta, da sola, la narrazione comoda e superficiale che sta circolando nelle ultime ore. Raccontare di un Napoli capace di tenere botta è un esercizio di pigrizia intellettuale. La verità che emerge dalla Scala del Calcio è ben diversa: l’Inter, quasi nel pieno della sua potenza organica, ha fallito il colpo del ko contro un avversario che giocava con un braccio legato dietro la schiena. Il pareggio è un risultato bugiardo. Ai punti, per controllo territoriale e occasioni nitide, la formazione di Antonio Conte avrebbe meritato l’intera posta in palio. E lo ha fatto in condizioni di emergenza estrema, senza i due registi offensivi Kevin De Bruyne e Frank Anguissa (autori di 8 gol e 4 assist complessivi in stagione) e senza la letalità di David Neres. L’Inter ha pareggiato in casa contro un Napoli privo di più del 30% del suo fatturato offensivo, eppure incapace di piegarsi.
Errore, dominio, redenzione: McTominay e Højlund incarnano il Napoli di Conte
Se il collettivo ha retto l’urto, è nelle storie dei singoli che si nasconde l’epica della serata. E la copertina spetta di diritto a Scott McTominay, protagonista di una parabola di redenzione degna di una sceneggiatura cinematografica. I campioni, si sa, non si giudicano quando il vento è in poppa, ma da come reagiscono alla tempesta. La tempesta dello scozzese arriva presto, al minuto 9: è una sua palla persa in uscita, un errore tecnico banale, a innescare il contropiede letale dell’Inter per il vantaggio di Dimarco. Molti, in quello stadio e con quel peso sulla coscienza, sarebbero crollati psicologicamente, nascondendosi tra le pieghe della partita. McTominay, invece, ha scelto di dominare. Da quel minuto 9, la sua gara è cambiata radicalmente. Si è trasformato in un tuttocampista totale, onnipresente nei contrasti, prezioso in ripiegamento e letale negli inserimenti. Al minuto 26, la prima redenzione: sul cross di Elmas, lo scozzese si è fiondato in area con i tempi del centravanti puro, trovando la zampata dell’1-1. Ma è al minuto 81, quando tutto sembrava perduto, che Scott ha completato il suo capolavoro. Con l’Inter avanti 2-1 e lo stadio in festa, ha catturato un pallone sporco nel traffico dell’area di rigore e, con la freddezza dei grandi, ha firmato la doppietta personale. Una prestazione da leader assoluto, decisivo come sempre, capace di trasformare un errore iniziale nel carburante per un’impresa.
Ma McTominay non ha cantato da solo. A sorreggere l’impalcatura tattica del Napoli ci ha pensato un Rasmus Højlund in formato monstre. Chiunque aspiri a fare l’attaccante in Serie A dovrebbe studiare i movimenti del danese a San Siro: una lectio magistralis su cosa significhi essere un numero 9 moderno. Veloce, fisico, tecnicamente pulito e dominante nel gioco aereo, Højlund non ha mostrato difetti. Ha lavorato spalle alla porta come un veterano, permettendo alla squadra di risalire il campo anche nei momenti di massima pressione. Il dato più eclatante riguarda il duello individuale con Manuel Akanji. Il difensore svizzero, considerato un muro invalicabile, ha vissuto una notte da incubo, apparendo per la prima volta in totale balia del diretto avversario. Il danese lo ha sovrastato fisicamente e mandato in tilt posizionalmente.
L’Inter cercava la fuga, ha trovato un muro tricolore
Il palo colpito dall’Inter nel recupero è un brivido statistico che non intacca la sostanza storica della serata, impreziosita anche dall’assist geniale di Noa Lang per il 2-2, simbolo di chi crede nell’impossibile. Il Napoli esce da San Siro con una consapevolezza granitica: se questa squadra riesce a imporre il proprio calcio, dominare fisicamente con un Højlund mondiale e risorgere due volte grazie al cuore di McTominay, il tutto senza alcuni dei suoi fuoriclasse, il campionato è tutt’altro che chiuso. L’Inter voleva la fuga, ha trovato un muro tricolore. I Campioni sono vivi, feriti, ma terribilmente più forti di prima.
Andrea Alati



