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Napoli, gli errori arbitrali arrivano alla Federico II: “dal vulnus del 2018 al caso Buongiorno: così il sistema ha perso la sua credibilità”.

C’è un momento in cui la passione viscerale deve cedere il passo all’analisi fredda del giurista. Un momento in cui le discussioni da ‘bar sport’ lasciano spazio all’autorità dell’Accademia, e i torti subiti sul campo trovano riscontro nei manuali di diritto. È esattamente quanto accaduto ieri tra le mura della Federico II, nella sede del Dipartimento di Scienze Sociali, ospite del seminario ‘Lo sport contemporaneo: scenari, processi e trasformazioni’. Sotto la lente d’ingrandimento, in una lectio dal titolo evocativo – “La governance del calcio tra democrazia e autonomia” – non ci sono state semplici opinioni, ma una vera e propria illustrazione scientifica delle criticità dell’attuale gestione del sistema calcio.  A introdurre e coordinare i lavori, con la competenza di chi gioca in casa, il Prof. Luca Bifulco, docente del Dipartimento e titolare della cattedra di Sociologia dello Sport nel corso di laurea magistrale in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica.

È stato lui a passare la palla, per entrare nel vivo dell’analisi giuridica e sociale, a due intellettuali di spicco: l’amministrativista e docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Vanvitelli, Guido Clemente di San Luca, e il sociologo Vittorio Dini, emerito dell’Università di Salerno e pioniere dello studio scientifico dello sport in accademia. Ne è scaturita un’analisi impietosa, lucida e giuridicamente fondata, che in qualche modo certifica ciò che all’ombra del Vesuvio, più che sussurrarsi, si grida da tempo: le regole non sono interpretate e applicate in modo uguale per tutti.

LA GENESI DEL SOSPETTO: IL “VULNUS” DEL 2018

Il ragionamento del Professor Clemente di San Luca è un bisturi che incide la carne viva della memoria partenopea. L’origine del male, il primum movens di questa deriva giuridica, ha una data precisa: la fine del campionato 2017/18. Quello dei 91 punti. Quello perso in albergo. «Quando nasce l’idea? Alla fine del campionato 2017/18, quello di Sarri, di Inter-Juventus, in un Convegno organizzato presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Vanvitelli (“Campionato di calcio e Stato di diritto”)» – spiega il giurista –, che non esita a definire quel tricolore macchiato da conclamate illegittimità. «Dimostrammo che la Juventus vinse il campionato usufruendo di una decina di partite costellate da decisioni illegittime. Di lì il progressivo crescere degli studi e delle ricerche, fino all’istituzione della prima Cattedra al mondo di “Giuridicità delle regole del calcio”. Perché le regole che disciplinano il gioco sono norme giuridiche, nella sostanza non dissimili dalle leggi del Parlamento». La tesi è forte, dirompente: il calcio non è una zona franca, ma «un luogo dove si riflettono i grandi temi di discussione della società contemporanea». E oggi, purtroppo, «stiamo vivendo un’era in cui il diritto è stato sostituito dalla capacità predatoria». Una deriva che presenta un conto salatissimo: la fuga degli appassionati. Se viene meno la certezza delle regole, crolla il patto di fiducia con i tifosi, che nel calcio business di oggi sono veri e propri «clienti». La passione si erode, non per la noia, ma per l’ingiustizia percepita: «quando l’arbitrio decide finendo per disapplicare la norma, in maniera da incrinare l’uniformità di giudizio, falsa la competizione», e così il pubblico si allontana e il giocattolo si rompe.

IL VAR, IL “VIGILE URBANO” E L’OGGETTIVITÀ PERDUTA

Ma è scendendo nel dettaglio tecnico delle recenti controversie che l’analisi critica si fa circostanziata. Il prof. Clemente demolisce la narrazione rassicurante della tecnologia infallibile, portando sul banco degli imputati gli episodi che hanno penalizzato il Napoli nelle ultime uscite casalinghe, in particolare contro Verona e Parma. «Oggi si critica molto la tecnologia e il nuovo calcio, quando in realtà il problema è a monte», argomenta il docente. «Sul gol annullato per fuorigioco di Mazzocchi, con il braccio fuori dalla “linea”, bisognerebbe riflettere sulla puntuale definizione della cd. “zona verde”, rendendola immune da ogni dubbio di soggettività». La critica si estende all’incertezza probatoria: «Così come per il gol annullato ad Hojlund, non c’è un’immagine che rende certo il tocco di mano. In entrambi i casi, giuridicamente, dovrebbe valere il principio pacifico che la decisione debba assumersi “al di là di ogni ragionevole dubbio”».

Il cuore del problema, peraltro, risiede nella stessa natura dell’arbitro, che il prof. Clemente spiega essere, «non un giudice, ma un funzionario di polizia dell’ordinamento giuridico del calcio, come un vigile urbano»: il suo compito è garantire il rispetto delle regole, senza interpretare la norma oltre il perimetro consentito. E qui il caso del rigore concesso al Verona per il presunto fallo di Buongiorno diventa l’emblema del fallimento procedurale. «Il VAR deve solo contribuire all’accertamento del fatto» chiarisce il docente. «Quando Marchetti va a rivedere l’episodio di Buongiorno, il VAR deve solo illustrare il filmato, senza influenzarlo. Marchetti ritorna in campo, infatti, con una faccia molto perplessa, verosimilmente non convinto». Eppure, quel rigore viene dato. Un cortocircuito dove la tecnologia, «da strumento prezioso e indispensabile per accertare il fatto, diventa illegittimamente strumento di pressione nella qualificazione giuridica del fatto».

LA FINE DELLA BUONA FEDE

Le parole più dure, quelle che pesano come macigni, riguardano la credibilità del sistema. Clemente di San Luca spazza via il “politicamente corretto”: «Mi chiedete se è interesse della Federazione tenere queste discussioni? Mah. Certo è che la gente è stanca e nauseata e, dopo le numerose scelte illegittime contro il Napoli, che violano la par condicio e la credibilità dell’intero sistema, dice apertamente che lo scudetto è già assegnato all’Inter». La conclusione è una sentenza senza appello: «La buona fede – presupposto indefettibile di ogni ordinamento giuridico ispirato allo Stato di diritto – non si può più presumere. Va di volta in volta dimostrata. Del resto, esiste il reato di “frode sportiva”, per il quale è sussistente il requisito oggettivo: l’operare per alterare il risultato di una competizione. Occorre però rinvenire anche quello soggettivo: il dolo specifico, che va comprovato. Può farlo solo il giudice penale. La storia – si pensi a Calciopoli, o all’arbitro Moreno corrotto per buttar fuori l’Italia dai mondiali in Corea – ci ha dimostrato che non sempre c’è buona fede. Quando si assiste sistematicamente a decisioni illegittime, va invertito l’onere della prova: bisogna dimostrare la buona fede».

L’ARROGANZA DEI POTENTI E LO SCUDETTO ESPOSTO

A chiudere il cerchio l’intervento del Professor Vittorio Dini, con una disamina sociologica che evidenzia la risalente rilevanza del fenomeno calcio. Richiama il tema fondamentale dell’autonomia dell’ordinamento sportivo e dei suoi limiti nei confronti di quello statale. Ma, nella riflessione, anch’egli pone l’obiettivo sulla impunità dei “potenti”. Rammenta l’anomalia tutta italiana citando un esempio eclatante: «all’esterno dell’Allianz Stadium, la Juventus espone un manifesto che indica un numero falso di scudetti vinti, due di questi essendo stati revocati dalla giustizia sportiva. Tuttavia, la FIGC non dice nulla in merito. Chi si rende protagonista di un simile misfatto andrebbe penalizzato, se non addirittura escluso, radiato, e invece mai s’è fatto nulla».

Andrea Alati