Al triplice fischio, il prato del “Maradona” assomigliava più a un lazzaretto che al palcoscenico di una pretendente al titolo. Uomini stesi a terra, mani sui fianchi, volti segnati da una fatica che va oltre lo sforzo agonistico dei novanta minuti. Il Napoli batte il Sassuolo 1-0 e porta a casa l’unica cosa che contava davvero: i tre punti. Una vittoria vitale, che permette agli azzurri di restare aggrappati al treno di testa: terzo posto blindato a quota 43, agganciando il Milan (che però deve ancora disputare il proprio incontro settimanale) e restando nella scia della capolista Inter, distante quattro lunghezze. Ma il prezzo pagato per non perdere contatto con la vetta rischia di essere salatissimo.
L’IMPONDERABILE E LA FINE DEL DIGIUNO La partita si decide subito, sull’asse dell’imprevedibilità. Se nelle scorse settimane centimetri ed episodi avevano condannato la squadra di Antonio Conte – vedi le beffe con Verona e Parma – ieri sera il destino ha restituito il maltolto. L’avvio è veemente: Elmas sfonda a sinistra, Muric respinge, e sulla ribattuta Stanislav Lobotka pesca il jolly al volo. La traiettoria, destinata probabilmente ai guantoni del portiere, trova la deviazione decisiva di testa di Muharemovic. Palla in rete, vantaggio azzurro. È un gol che ha il sapore della liberazione, non solo per il risultato: lo slovacco non trovava la via della rete da tre anni. Un digiuno lunghissimo spezzato proprio nel momento in cui serviva un miracolo balistico per scardinare una partita che, col passare dei minuti, sarebbe potuta diventare una trappola tattica.
LA TRINCEA E IL FATTORE UMANO Lì, però, finisce la partita del dominio e inizia quella della trincea. Il Napoli, invece di gestire, si è trovato costretto a difendersi con le unghie, non per calcolo ma per l’evidente esaurimento delle energie nervose. La gestione del vantaggio è diventata un esercizio di sofferenza pura, tra errori tecnici inusuali e paura di non farcela. Emblematica la prova di Scott McTominay: il gigante scozzese, finora un cyborg indistruttibile, si è riscoperto improvvisamente umano, sbagliando palloni sanguinosi in mediana e barcollando visibilmente. Se trema lui, trema l’intera impalcatura. Eppure, in questa valle di lacrime atletiche, ci sono appigli positivi a cui aggrapparsi. A tenere a galla la barca ci hanno pensato i riflessi di Vanja Milinkovic-Savic – decisivo nell’evitare quello che sarebbe stato il terzo pareggio consecutivo interno – e il cuore di chi, pur esausto, non ha tirato indietro la gamba. Lodevole la prova di Hojlund, autore di ripiegamenti difensivi di settanta metri nonostante la spia della riserva accesa, e per la crescita esponenziale di Juan Jesus, sempre più leader “cattivo” e autoritario di una difesa perennemente sotto stress.
RRAHMANI E IL CONTO DA PAGARE Ma è il bollettino medico a togliere il sonno a Conte in vista della Champions. La serata ha preteso un tributo pesantissimo: prima il cambio forzato di Elmas, uscito per un giramento di testa forse dovuto ad uno stato influenzale, poi il problema muscolare di Politano – fattosi male nel tentativo, encomiabile quanto sfortunato, di cercare un gol che quest’anno sembra stregato – ma soprattutto l’infortunio di Amir Rrahmani. L’uscita del centrale, toccatosi la coscia, è la notizia peggiore possibile alla vigilia della trasferta di Copenaghen e del big match di Torino. Era una cronaca annunciata: dopo 14 partite consecutive da titolare, senza mai riposare un minuto e giocando ogni tre giorni, il fisico del kosovaro ha presentato il conto. Un infortunio “prevedibile”, figlio di una coperta troppo corta che costringe gli stessi uomini a un utilizzo ossessivo, come dimostrano anche le condizioni al limite di Hojlund e del capitano Di Lorenzo.
MERCATO E GESTIONE: LE OMBRE DIETRO LA VITTORIA Sullo sfondo restano i casi di mercato e le critiche a una gestione che, seppur vincente nei punti, mostra crepe strutturali. Lucca è ormai uno spettatore non pagante: l’attaccante italiano, con la valigia pronta dopo le parole di Stellini, è un corpo estraneo, un “ex” che occupa solo un posto in distinta. A lui si aggiungono i misteri legati a Lang e Beukema, innesti che non hanno dato le risposte sperate, e il giallo Gutierrez, sparito dai radar. Il Napoli, inteso come società e staff tecnico, deve fare mea culpa: il mancato turnover nei mesi scorsi si paga oggi. Vedere il talento di Vergara utilizzato col contagocce o Neres (ora indisponibile come tanti altri) tenuto in naftalina per tre mesi, sono scelte che hanno contribuito a logorare i titolarissimi. L’elenco degli assenti è deprimente per un club di vertice: a metà gennaio non si hanno notizie certe sui rientri di Lukaku, De Bruyne, Anguissa, Meret e Gilmour. Un’intera ossatura di squadra è ai box.
ORGOGLIO E PROSPETTIVE Eppure, nonostante tutto, il Napoli è lì. Terzo ma vivo, capace di fare gli stessi punti raccolti in tre gare giocate meglio (Verona, Parma, Udinese), proprio nella serata di maggiore sofferenza. Si vince e si guarda avanti, sperando che all’alba smetta finalmente di piovere su una rosa ridotta ormai all’osso. Il confronto con le rivali rende merito al lavoro di Conte: l’Inter viaggia a una media scudetto mostruosa (proiezione 89 punti), il Milan ha il vantaggio di settimane “tipo” più leggere, la Roma di Gasperini vola e la Juventus di Spalletti è un osso duro. In questo contesto, essere lì a lottare, con una Supercoppa già in bacheca e i playoff di Champions a un passo, è un mezzo miracolo sportivo. Rispetto alla precedente stagione post-scudetto, qui c’è un’anima che pulsa anche sotto le macerie della stanchezza.
L’ingresso furioso di Pasquale Mazzocchi, vicino all’eurogol con una volée che ha fatto tremare lo stadio, è l’immagine di questo Napoli: imperfetto, forse sgraziato, ma indomito. Al Napoli vanno fatti i complimenti per l’istinto di sopravvivenza. Rimanere aggrappati all’alta classifica in queste condizioni, vincendo “sporco, è sintomo di carattere. Ora testa a Copenaghen e Torino: servirà un’impresa, ma finché il cuore batte, è vietato arrendersi.
Andrea Alati



