Nel teatro dell’assurdo che è diventato il calciomercato invernale azzurro, stretto nella morsa di vincoli burocratici, il Napoli si è mosso seguendo un’unica bussola possibile: quella del pragmatismo e della “necessità virtù”. Per comprendere realmente l’arrivo di Giovane dall’Hellas Verona, operazione da 20 milioni complessivi tra parte fissa e bonus, bisogna prima immergersi nella fredda realtà dei numeri, svestendo i panni del tifoso sognatore e indossando quelli del contabile.
Mercato bloccato, strada obbligata: Giovane è la risposta del Napoli
Si potrebbe scrivere infinite volte che il mercato azzurro è parzialmente bloccato, ma la tentazione di invocare il “colpo che fa fare il salto di qualità” resta forte. Eppure, il meccanismo finanziario imposto dalla FIGC è spietato nella sua semplicità: si può spendere solo ciò che entra o ciò che si risparmia sugli ingaggi in uscita. Il Napoli incassa circa 3 milioni totali dai prestiti onerosi di Lang e Lucca. A questi va sommato il risparmio sugli ingaggi lordi per il semestre rimanente (circa 2,31 milioni per l’esterno e 1,85 milioni per l’attaccante). Mettendo tutto a sistema, la “potenza di fuoco” reale si attesta su circa 7,16 milioni di euro. È questa la cifra massima spendibile a gennaio, al momento, una somma che deve coprire non solo il costo del cartellino (o del prestito), ma anche l’ingaggio lordo del nuovo arrivato. È in questo scenario di “economia di guerra” che spuntano ipotesi come quella di Lorenzo Insigne (cresciuto nel vivaio, basso impatto sui costi, nessuna lista occupata) e, soprattutto, che si concretizza l’affare Giovane. Se, arrangiandosi con le risorse disponibili, il DS Manna ha trovato un giocatore funzionale, l’operazione va giudicata come un successo gestionale.
La scelta di bussare alla porta dell’Hellas non è casuale. L’asse Verona-Napoli è storicamente uno dei più floridi e fortunati dell’ultimo decennio. Da Jorginho, faro del “semi-scudetto” di Sarri, a Rrahmani, vincitore di due scudetti, e Simeone, colonna del tricolore di Spalletti, gli affari con gli scaligeri hanno spesso portato in dote titoli e plusvalenze. Tuttavia, c’è un’ombra recente che aleggia sul “Maradona”: quella di Cyril Ngonge. Ed è qui che l’analisi si sposta dal bilancio al campo, mettendo il nuovo acquisto di fronte a un “doppio specchio”. Il primo dovere della critica è disinnescare i paragoni scomodi e fuorvianti. Chi accosta Giovane a Luis Muriel commette un errore di valutazione grossolano. Il colombiano, nei suoi anni d’oro, possedeva una potenza esplosiva nei polpacci e una velocità in allungo brutale che non appartengono al bagaglio genetico del brasiliano. Giovane non è un centometrista che brucia l’erba, né il funambolo dalla tecnica suprema che dribbla anche la sua ombra. Il classe 2003 è una seconda punta moderna e associativa, un elemento ibrido che predilige gravitare negli ultimi trenta metri, dialogare nello stretto e “sentire” la porta. Se Muriel era un solista, Giovane è un “connettore”. Il suo acquisto sembra il preludio tattico a un passaggio definitivo al 3-5-2: con il rientro di Romelu Lukaku e la penuria di esterni puri, Conte ha bisogno di qualcuno che leghi il gioco tra le linee. Il ragazzo sa crearsi lo spazio per il tiro e ha una discreta progressione, ma il suo calcio è fatto di strappi brevi, letture e inserimenti.
Se il paragone con Muriel è un errore tecnico, quello con Ngonge è un timore ambientale legittimo. Le similitudini nell’operazione sono inquietanti: entrambi prelevati dal Verona nella sessione invernale a cifre importanti, entrambi arrivati con l’etichetta di talenti cristallini ma da disciplinare. C’è un abisso tra il brillare al “Bentegodi”, dove l’errore è perdonato, e l’imporsi in una realtà vulcanica come Napoli. Il belga Ngonge, pur dotato di colpi straordinari, è rimasto incompiuto, vittima della sua discontinuità. Il rischio che Giovane ripercorra la stessa parabola – quella del giocatore che “spacca” le partite in provincia ma si spegne sotto i riflettori della big – è concreto. In definitiva, l’operazione è intelligente per le liste (essendo l’ormai ex Verona un Under 22, non occupa slot e risolve grattacapi burocratici) e per il bilancio, ma il rischio è tutto psicologico.
A fronte di un repertorio offensivo scintillante, tuttavia, il brasiliano palesa ancora qualche limite nella gestione della sfera ad alti ritmi: il primo controllo appare talvolta impreciso, un fondamentale che lo staff tecnico dovrà necessariamente sgrezzare per adattarlo alla velocità di pensiero richiesta ad alti livelli. Il Napoli non può permettersi il lusso della pazienza infinita concessa a Lang, un altro oggetto misterioso arrivato con buone premesse e finito ai margini. Se Giovane verrà trattato come un tirocinante, protetto dalla scusa dell’adattamento, l’operazione fallirà. Un prospetto migliora solo calcando l’erba, non guardandola dalla panchina: una partita al “Maradona” pesa come dieci altrove. Serve, dunque, un impatto immediato, lucido e privo di fronzoli.
Andrea Alati



